come nuvole nel vento

Come nuvole nel vento

Alvaro fermò la bicicletta.
Rimanendo in sella, guardò con compassione quel piccolo essere umano.
Ogni piccolo paese ha il suo matto e Beppe rientrava perfettamente nel ruolo.
Camminava scalzo, sull’argine del fiume, urlando e battendo le mani. Quasi a voler spaventare qualcosa davanti a sé, qualcosa che solo lui vedeva.
Innanzi a quella singolare creatura, infatti, si estendeva la campagna in tutto il suo verde splendore, interrotta solo dal lento serpeggiare del corso d’acqua.
Cosa succedesse in quella fragile e oscura mente solo il Buon Dio lo sapeva. Le donne dicevano che, quando era morta sua madre, l’aveva sepolta in giardino: quella poco di buono, che si era fatta mettere incinta pur di legarsi a quello straniero il quale poi
malgrado tutto se n’era andato comunque.
La Gina le aveva detto: «Te lo risolvo io, il problema», ma lei no, il bambino l’aveva tenuto.
Così era nato Beppe, nato e cresciuto nei campi, avvicinandosi al paese solo per comprare quello che la terra non può produrre: pane, medicine, vestiario, detersivi.
Come un cane randagio, diffidente e guardingo, non parlava mai con nessuno.
Lavorava in una fattoria come bracciante agricolo.
Alvaro scosse il capo e riprese a pedalare, riproponendosi ancora una volta di fare due parole con Piero, impiegato all’anagrafe del comune; il paese era rimasto isolato per decenni, prima che la metropoli allungasse i suoi tentacoli: agriturismo, centro ippico, ipermercato.
Perciò tutti gli abitanti erano, alla lontana, parenti. Dio non volesse che fosse parente del Beppe! Le donne dicevano che la pazzia può essere ereditaria, ma è curabile.
Lui ormai era anziano, ma aveva un figlio, Severino, l’ orgoglio suo.
Pedalò con più vigore dirigendosi verso casa.

L’aveva visto in televisione: tra l’erba brulicano decine e decine di bestioline e lui no, non voleva calpestarle.
Così si era tolto le scarpe e urlava e batteva le mani per farle fuggire. Non gli importava di quello che avrebbe pensato la gente vedendolo, sapeva già cosa si diceva di lui in paese. Loro sparlavano, criticavano, come tante cicale che friniscono tutte insieme, preoccupate solo di farsi sentire ma mai di stare ad ascoltare. Impegnate solo a guardare ma mai a vedere. Capaci solo di curiosare ma mai di comprendere.
Dicevano che era sempre solo... lì c’erano gli uccelli, l’erba, gli alberi, i pesci, l’acqua. Le fronde dei salici piangenti raccontavano al fiume quanto fosse stata umida la notte appena
trascorsa e l’acqua, che di umidità ne sapeva qualcosa, raccontò loro che poco più a monte aveva pure grandinato.
Le rondini e i passeri poi... non si capiva una parola, facevano così tanta confusione! Una brezza leggera scompigliava dispettosa le chiome degli alberi e il fruscio delle foglie sembrava accompagnare quella imponente massa liquida nel suo lento e
silenzioso scorrere.
No, Beppe non era mai solo. Con lui c’era un mondo di esseri, magari non umani, ma viventi.
Solo una volta, quella volta, si era sentito perso, vuoto e disperato: era l’alba al camposanto e lui, don Ignazio e il custode avevano sepolto la mamma. Beppe aveva voluto così, il paese non avrebbe visto e quindi ogni chiacchiera e falsa commiserazione
sarebbe stata evitata.
Sua madre l’aveva amato come aveva amato suo padre, messaggero di mille promesse, mille stelle lucenti nel buio di una insignificante vita di sacrifici e lavoro continui. Poi, vigliaccamente, l’aveva lasciata e lei, dopo poco, si era scoperta gravida. Non lo
cercò, non glielo disse, per orgoglio e per incoscienza.




Lo crebbe lei, lavorando e portandolo sempre con sé. Una croce di legno bianca,
anonima. Ma Beppe sapeva qual’era. E questo bastava.

Dopo l’autunno arrivò l’inverno.
A Beppe non piaceva il freddo, quell’aria gelida che assopiva il suo mondo gioioso. Le rondini se ne andavano, lasciando i passeri soli e infreddoliti. Gli alberi protraevano le loro nude braccia verso il cielo, come pellegrini in attesa di un segno divino.
Niente fiori, solo i colori ambrati di coltri di foglie che tentano invano di riscaldare la fredda terra. In quel periodo dell’anno Beppe scendeva in paese più volentieri: poca gente, frettolosa e infreddolita, nessuno che lo additasse o lo studiasse con malcelata curiosità e malevolenza.Si ritrovò a passare di fronte alla chiesa e fu allora che si sentì chiamare.
Si voltò, Don Ignazio gli corse incontro. Era l’unico che lo trattasse come una persona, che gli chiedesse notizie del suo lavoro o sulla sua salute, l’unico essere veramente umano con lui.
«Per fortuna sei quì, sarei passato da te al più presto. Severino, il figlio di Alvaro.» Beppe abbassò lo sguardo, conosceva il ragazzo: lo aveva visto qualche volta, in bicicletta, con altri scalmanati del paese. Si era pure chiesto cosa avesse fatto di male per meritarsi
tutte quelle ingiurie che gli avevano gridato, mantenendosi a debita distanza.
«Il ragazzo sta morendo, Beppe. Ha bisogno di un donatore. Tutti gli abitanti, i residenti di vecchia data devono fare un esame per scoprire se possono aiutarlo...» Il parroco prese fiato e Beppe alzò lo sguardo. «Perché io? Perché dovrei aiutarlo? Per loro sono sempre stato uno senza cervello, un matto, cosa vogliono da me?»
Si allontanò a grandi passi, forzando l’andatura già normalmente impetuosa. Don Ignazio tentò di chiamarlo, ma era già una figura lontana, persa nella sua testarda solitudine.
Camminava velocemente, imboccando la via che portava al fiume, al suo mondo tranquillo, ricco di presenze vitali che lo avvolgevano come un guscio protettivo.
«Non io, non voglio. Perchè io?»
Non aveva mai deluso Don Ignazio, neanche quando lo pregava di farsi vedere ogni tanto in chiesa. Improvvisamente un bagliore argenteo colpì il suo sguardo. Sembrava una lama, forse un coltello abbandonato sulla riva del fiume da un pescatore distratto. No, si muoveva. Una scossa improvvisa, uno scatto fulmineo animò quel piccolo essere. Beppe si avvicinò. Un pesce, una piccola trota, era finita su uno spiazzo dove l’acqua era alta
solo pochi centimetri. Giaceva così, riversa su un fianco, le pinne sporche di terra e l’occhio perso nel vuoto della disperazione di quel momento. Non capiva, non sapeva che l’elemento vitale per l’uomo l’avrebbe uccisa.
Beppe la raccolse e la rimise in acqua.
Un rapido colpo di coda e la trota sparì in mezzo alle alghe, lunghi capelli di improbabili sirene.
L’uomo restò a guardare i cerchi d’acqua creati dalmovimento dissolversi lentamente.
Se lui non fosse passato in quel giorno, a quell’ora, in quel preciso istante, la piccola trota sarebbe morta. Anche Severino stava morendo. Si voltò, tornò sui suoi passi, cercò Don Ignazio. «Cosa devo fare?» Il parroco non gli chiese nulla, pur sapendo che solo il Buon Dio aveva trovato la maniera per entrare in quella mente semplice ma dura come il legno. Lentamente, con termini adatti alla capacità di comprensione di Beppe, Don Ignazio cercò di spiegargli perché e come si poteva tentare di aiutare il ragazzo.







Alvaro guardò con gratitudine quel piccolo essere umano.
Forse un giorno gli avrebbe chiesto perché stava con il naso all’insù, seduto sull’argine del fiume.
Grazie a lui suo figlio stava meglio, molto meglio. Ora poteva soprattutto sperare in un futuro che sembrava gli fosse stato negato. Tutto era andato benissimo, ma Alvaro era
tormentato da un’ ultima preoccupazione: non aveva ancora trovato il modo di dimostrare a Beppe la sua riconoscenza.
Lo aveva avvicinato, un giorno, gli aveva rivolto alcune parole di circostanza, ma si era sentito incapace di comunicargli la sua gratitudine per il gesto compiuto. Beppe, dal canto suo, lo aveva ascoltato in silenzio, gli occhi bassi e le mani in tasca: poi, alzate le spalle, si era allontanato senza tanti complimenti.
Ed ora eccolo, lì fermo, immobile, a riflettere su chissà cosa.
Alvaro riprese a pedalare, pensando amaramente che solo qualche mese prima si era caldamente augurato di non aver alcun rapporto di parentela col Beppe, mentre ora si rendeva conto che solo un suo mancato desiderio aveva salvato la vita di suo figlio.
Era proprio vero: bisogna selezionare accuratamente i propri desideri, c’è il rischio che un giorno si avverino.

Gli facevano ancora male i fianchi. Lo avevano addormentato per poi risvegliarlo con i fianchi dolenti. Avrebbero potuto lasciarlo dormire ancora per qualche giorno! Però Severino stava meglio grazie a lui. Come la piccola trota. E adesso, in quella posizione, Beppe guardava le nuvole spinte dal vento. «Anche noi siamo così». Noi siamo nuvole, fatte di aria e di acqua e il vento è il destino. Ci spinge in luoghi lontani, ci unisce, ci divide e, quando meno ce lo aspettiamo, ci dissolve, così, senza neanche chiedere il
nostro permesso.
Abbassò lo sguardo, un guizzo argenteo sotto la superficie dell’acqua. Sorrise. «Ciao piccola trota...». Chiuse gli occhi e offrì il volto ai caldi raggi del sole.
L’estate stava arrivando.

Finalista
come nuvole nel vento
anna
50 anni

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Sarah Maestri per Avis e #LaPrimaVolta
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La prima volta che ho ricevuto una trasfusione di sangue? Avevo due anni e mezzo. Ho dei bellissimi ricordi di quei momenti che hanno contrassegnato la mia infanzia, tra camici bianchi, esami e terapie per combattere una malattia emolitica.

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