Fermo immagine

L'umore non era dei migliori quel giorno. Il sole bruciava le case e faceva fumare le strade d'asfalto nero, ma io ero costretto come ogni mattina a presentarmi puntuale alle 8 dietro i cancelli della fonderia.
In coda insieme a centinaia di colleghi per timbrare il cartellino, scambiavo due parole senza via d'uscita sul tempo e sui figli che crescevano.
Superato l'ingorgo, entrai negli spogliatoi per indossare l'uniforme da lavoro. Inchiodate alle pareti bianche c'erano due bacheche di sughero in cui venivano puntinati annunci di vario genere: vendesi bicicletta; affittasi appartamenti a 2 chilometri dal centro; doposcuola di matematica per tuo figlio. E poi uno che rapì la mia attenzione, una lettera d'amore e una richiesta d'aiuto: "Siamo Antonio e Anna, genitori di una splendida bambina di nome Maria. Abbiamo un solo desiderio per nostra figlia: vederla crescere con le sue forze e sentirla cantare di gioia per i suoi successi. Per quanto semplice e scontato possa sembrare, tutto questo sta per sparire. Maria è talassemica e per quanto sia forte e coraggiosa, non riesce più ad andare avanti da sola, ha bisogno di una mano da voi. Privarvi del vostro sangue è un gesto semplice ma che per lei significa vita e per noi speranza in un mondo migliore. Cerchiamo sangue di tipo 0 Rh negativo. Vi supplichiamo di presentarvi al più presto al centro trasfusionale dell'Ospedale Marconi. Grazie di cuore da Maria e dai suoi genitori". La preghiera era accompagnata da una foto in primo piano della piccina e dei suoi profondi e autentici occhioni verdi.
Pensai subito a questa figlia di nessuno che impotente viveva questa triste condizione, incapace di godere di una calda giornata estiva, ma la soffriva, e non poco.
Andai a parlare di questa emergenza con il mio responsabile, spiegandogli che il mio sangue è molto raro e potevo dare una mano concreta per salvare la vita della bimba.
Mi diede un giorno di permesso. Feci il percorso inverso e mi trovai così fuori dalla fabbrica alle 9 del mattino, quando i raggi del sole iniziavano a sciogliere i copertoni delle auto in sosta.
Il mio forte desiderio di dare una parte di me ad una persona che non conoscevo, senza pretendere niente in cambio e senza che sapesse niente di questo gesto, andava in realtà ben oltre la rarità di quel liquido rosso che mi scorreva dentro.
Mia moglie era morta qualche ora dopo il parto perché il sangue non bastava mai e non ci fu modo di riportarla in vita. Non potevo darle il mio e un senso di impotenza mi avvolse in un buio eterno.
Un freddo mai sentito e inaspettato cominciò a mangiarmi vivo, cercavo una logica a tutto questo, cercavo un appoggio ma sentivo precipitare nel vuoto. Ero circondato da fantasmi in camice che vomitavano parole di conforto che non comprendevo, sembravano punte d'ago negli occhi. La puzza d'ospedale divenne sempre più pesante. Come il silenzio di mia moglie e gli occhi spenti senza vita.
Nello stesso istante in cui una nuova splendida creatura si affacciava al mondo, una celestiale Beatrice spariva per sempre.
Presi mio figlio tra le braccia e lo strinsi forte in un fiume di lacrime amare, come se non volessi più che si staccasse da me.
E da quel giorno io e Luca crescemmo insieme, passo dopo passo, ognuno a riprendere le cadute dell'altro.
Regalai il mio sangue a Maria e mi sentii carico, pieno di forze. Avevo donato già in un paio di occasioni. Ma quel giorno fu particolarmente speciale. L'ansia di rivedere i camici con in mano sacche di sangue e aghi protagonisti degli incubi di bambini e adulti si trasformava in un sentimento nuovo, più leggero, perché avevo chiari in mente gli occhi della piccola Maria che invocavano l'aiuto di un eroe. Fu la prima volta in cui mi resi conto di essere stato davvero utile per qualcuno e sentii redimermi dal fardello che gravava sulle mie spalle per non aver potuto salvare mia moglie.
La giornata era diventata affascinante all'improvviso. Colmo di speranza, decisi di prendere in anticipo mio figlio dal nido e di passare qualche ora insieme. Aveva 10 mesi all'epoca, muoveva i primi passi aggrappato alle mie mani e rideva, con il sorriso sincero che solo un bambino sa offrire. Per quanto però desiderassi dedicare ogni parte di me a lui, dovevo in tutti i modi possibili far andare bene le cose, e questo richiedeva tanto tempo e soprattutto tanti sacrifici.
Dopo aver recuperato costumi, ombrellone e teli mare, ci dirigemmo verso la prima spiaggia utile e lì stabilimmo il nostro accampamento. I duri pensieri del lavoro rimasero chiusi dentro l'armadietto dello spogliatoio, il sole era più tiepido e piacevole anche grazie al passaggio di rare nuvole innocenti.
Mio figlio ed io. Non era facile per lui capire cosa stesse accadendo, dove si trovasse con precisione. Ma si sforzava, e sembrava apprezzare. Ed io avevo messo in pausa i dolori e le paure di un domani ambiguo. Avevo chiuso la porta dietro di me e il convulso e spazientito mondo era rimasto fuori, a sbirciare invidioso il nostro magico divertimento.
Vivevo un fermo immagine fatto di vita e leggerezza, in attesa che venisse premuto il tasto play.
Luca non era mai stato così vicino all'acqua del mare, alle sue onde e ai suoi giochi di luce. Aveva sognato di conoscerlo dopo le lunghe passeggiate che durante rari pomeriggi di una domenica qualunque riuscivo a concedermi.
Superammo la battigia ed entrai in acqua fino ad immergere le ginocchia. Con delicatezza allontanai Luca dalla mia presa e lo feci scivolare a poco a poco verso questa nuova, piccola avventura.
Per la prima volta Luca toccava con le sue fragili manine l'acqua del mare. I primi attimi spalancò gli occhi e rimase imbambolato a fissare le deboli onde arrampicarsi tra le dita. Superato l'imbarazzo della novità, esplose in una risata a quattro denti che mi fece comprendere il vero significato della parola felicità. E abbiamo giocato, abbiamo scherzato, ha creduto di volare tra la bianca spuma, tenuto ben fermo dai fianchi. Un vento fresco ci avvolgeva, sono certo di aver sentito la mia donna giocare con noi, approvava la nostra allegria e io non mi sentii più in colpa per non essere riuscito a fare niente per salvarla quell'infelice giorno e per i sorrisi che Luca riusciva a strapparmi.
Quando oggi mi chiedo a cosa serva continuare, a cosa serva provare a ripulirsi dal fango che ogni giorno cerca di ricoprirmi, ricreo questa immagine nella mia testa, e, seduto sulla poltrona del salotto guardando Luca giocare sul tappeto, sorrido mentre racconto questa storia ad una macchina da scrivere.
È sorprendente come la genuinità di un bimbo riesca a far cambiare prospettiva anche al cuore più massacrato e logoro.
Raddoppiai i miei sforzi a lavoro, mostrandomi efficiente e sempre attivo. Ciò mi consentì col tempo di ottenere una promozione che mi permise di limitare al massimo le ore extra a cui non avevo mai potuto rinunciare per poter sopravvivere.
E il tempo libero lo dedicai tutto a Luca. E perché no, a me. I dentini divennero sempre meno sporadici così come i pomeriggi insieme tra un gelato, una gita in campagna ad accarezzare gli animali della fattoria e una passeggiata al parco.
Quel giorno di sole in una spiaggia dimenticata da dio, capii che non potevo sempre correre e vivere una vita senz'anima, senza calore e senza colori. Avevo dimenticato cosa significasse respirare davvero.

Finalista
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Ignazio Sardo
27 anni

#LaPrimaVolta #figli #Amore #speranza #lavoro

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#LaPrimaVolta #CambiateIlMondoAncheVoi #GrazieTiziano #GrazieAVIS

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Due prime volte è meglio di una!
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Sabry82, 33 anni

Io ero determinata a donare e mio padre, quasi a protezione, mi ha accompagnata...quella mattina di 14 anni fa doppia sorpresa: anche lui ha deciso di provarci! Qui siamo al nostro primo traguardo, ovviamente sempre insieme! L'emozione è stata tanta, orgogliosi l'uno dell'altro per aver cominciato e continuato questo percorso.

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Sarah Maestri per Avis e #LaPrimaVolta
Sarah Maestri per Avis e #LaPrimaVolta
Sarah Maestri - Testimonial

La prima volta che ho ricevuto una trasfusione di sangue? Avevo due anni e mezzo. Ho dei bellissimi ricordi di quei momenti che hanno contrassegnato la mia infanzia, tra camici bianchi, esami e terapie per combattere una malattia emolitica.

#LaPrimaVolta #donazione #AVIS #sangue #AvisNazionale #SarahMaestri

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