Il primo natale senza Natale

Era il 17 novembre 2005. Oppure era il 18, o il 22, o qualsiasi altro giorno del mese che precede quello di natale; ormai la mia mente ha offuscato questi piccoli dettagli, ma mi piace raccontarla iniziando così, con il 17. Perché si dice che porti sfortuna, e quel giorno, per me, non fu un giorno come gli altri. Fu un pessimo giorno. Un giorno nero, mi verrebbe da dire: nero, perchè il colore che denota il buio, la paura, il male, le tenebre è anche e soprattutto la perfetta antitesi del bianco, il colore della neve e quindi, per proprietà associativa, del natale.
Era tardo pomeriggio; il sole era già tramontato dietro la gialla scuola elementare dalla quale ero uscito festoso poche ore prima (la settimana procedeva spedita verso il weekend, e quindi a due mattine di sonno) e che si parava davanti a me dietro il vetro della finestra di camera di mia sorella quando, proprio lei, venne da me con voce soffocata e mi disse parole che ancora oggi riecheggiano nella mia mente:
“Senti, ti devo dare una brutta notizia”. Mi mise la mano sulla testa, accarezzando ciò che era rimasto dei miei capelli dopo il taglio del giorno prima. Io la guardavo con occhi dubbiosi, ma comunque ignaro di ciò che mi avrebbe rivelato di lì a poco.
“Mi dispiace dirtelo, ma... Babbo Natale non esiste”.
Non ci fu bisogno di dire altro. Non mi azzardai nemmeno a risponderle e me ne andai, mestamente, in camera mia. Chiusi la porta, mi sedetti sul piccolo letto e iniziai a guardare il vuoto, riflettendo su ciò che mi era stato detto, e su ciò che era stato.
Essere un ragazzino sveglio e intelligente, a nove anni, ha i suoi pro e i suoi contro. I pro, chiaramente, sono lampanti. I contro forse un po' meno; beh, il primo è altresì lampante, non fossi stato mentalmente maturo avrei avuto almeno un altro anno di illusione natalizia, crogiolandomi in quella fantastica noncuranza della crudeltà del mondo esterno, e vivendo con gioia e senza dubbio alcuno qualche altro fantastico dicembre. Ma ce n'è un altro, forse peggiore, che si rivela anche oggi più forte che mai: l'impossibilità di non ragionare sopra un fatto negativo. Allora come ora, mi era impossibile subire semplicemente la cosa e cercare, con calma, di andare avanti; nossignore. Nella mia mente si scatenò dunque un tourbillon di pensieri concatenati l'un l'altro dal filo conduttore della non esistenza di Babbo Natale, oltre che dalla folle logica della mia mente.
La conclusione unanime di tutti questi pensieri fu una: che senso aveva, allora, il natale? Con che spirito, con che logica, con che voglia portare avanti una tradizione che si basa su una menzogna? Perché festeggiare qualcosa che non esiste, se non nella fantasia dei bambini? Perché illuderli di un qualcosa di magico che inevitabilmente finirà per essere soltanto una grande delusione? Il natale per me non aveva più senso; e la gioia per esso, che aveva preso il pieno controllo del mio sorriso in quegli ultimi giorni, scappò lontana da me, e divenne irraggiungibile.
I giorni seguenti furono particolarmente impegnativi. All'indomani, a pranzo, mia madre cercò di tirarmi su: “Dai, non ti preoccupare, faremo le stesse cose, e i regali li avrai comunque”. Come a dire: “ok, te lo prendiamo il circuito per le macchinine, ma se è troppo grande e sbuca da sotto il letto non è colpa nostra, adesso lo sai”.
Il giorno dopo, a scuola, evitai di parlare dell'argomento, anche con i miei amici più cari, nonostante avessero notato che ero triste. Non volevo rovinare anche la loro, di innocenza, e pensai che sarebbe stato meglio per tutti se mi fossi tenuto tutto dentro. Per tirarmi su di morale, il mio amico Filippo mi parlò di una sorta di grande fiera, di quelle piene di bancarelle e assaggini, sul cioccolato, iniziata il giorno prima in centro a Bologna. A casa, la sera, feci il madornale errore di parlare a mio padre.
“Papà, papà, ho una cosa bellissima da raccontarti!” attaccai io pochi minuti prima di cena, raggiungendolo in sala.
“Dimmi tutto, piccolo” mi rispose lui in tono solenne.
“Oggi a scuola mi hanno detto che a Bologna c'è una bellissima fiera sul cioccolato... ci andiamo?”
Ovviamente non potè che accettare; amava, e ama ancora, la cioccolata forse più di qualsiasi altra cosa; e lo stesso valeva per me, che da lui avevo preso, sin da piccino, la passione per il cioccolato fondente.
Ma fu comunque un grande sbaglio.
E non perché la prima edizione del Cioccoshow si rivelò deludente: anzi, fu un grandissimo spettacolo girare per quelle bancarelle di artigiani pronti a farti assaggiare i loro fantastici prodotti su per Via Santo Stefano, uno dei punti più belli della mia città. Il problema fu un altro: furono le luci di natale, furono le cioccolate calde fumanti in mano agli altri visitatori, fu il freddo che si mischiava al profumo di cacao già dal primo pomeriggio, fu la bellezza e la magia di Bologna immersa nell'inverno e nella cioccolata. Tutto quello che in qualche modo mi ricordava natale e i giorni di felicità che furono, mi faceva soffrire; mi faceva sognare di poter tornare indietro, a quando ancora tutto era reale, e poi, come d'incanto, mi disilludeva in un batter d'occhio, ricordandomi la cruda realtà dei fatti.
I giorni seguenti, almeno i primi, filarono via tranquilli. Ogni tanto la mia mente tornava a cadere nell'errore di ripensare ancora a quell'omone vestito di rosso e bianco che tanto mi aveva fatto brillare gli occhi gli anni precedenti; ma, piano piano, stava riuscendo a dimenticare, e a passare sopra.
Finchè, una sera, i fatti giocarono di nuovo contro di me.
Era uscito l'anno prima una sorta di film animato sul natale, tale Polar Express. Mia sorella era curiosa di vederlo, così, la prima volta che passò sulla televisione, lei e i miei genitori ne approfittarono. La cosa, chiaramente, ricadde anche sulle mie povere e piccole spalle; e mi dovetti sorbire, tra il nostalgico e lo sbuffante, una trama che altro non voleva che asserire che, per fare esistere Babbo Natale, bastasse crederci. Poveri allocchi! Avevo imparato che era una pia illusione, un ricordo passato.
Novembre finì così, come un normale mese di autunno, fra la pioggia che staccava le ultime foglie dagli alberi e il gelo che si affacciava sull'erba di prima mattina costringendo anche i più dubbiosi a uscire con il maglione di lana.
Ma dicembre fu tutta un'altra cosa.
Il primo giorno del mese, quando rientrai a casa da scuola, ebbi una sorpresa inaspettata sul tavolo. Mi ero dimenticato completamente di questa usanza: ebbene, mi ritrovai davanti agli occhi il calendario dell'Avvento. Mia sorella lo aveva già scartato, ma mi aveva aspettato per aprire la prima finestrella, quella col numero 1, forse proprio per cercare di infondermi un po' di spirito natalizio. Ma niente: al solo vederlo, tornai in quello stato di simil depressione che aveva occupato le settimane precedenti; e quando mi chiesero se volevo il primo cioccolatino, me ne andai a testa bassa, senza nemmeno rispondere.
Qualche giorno più tardi, a scuola, la maestra ci disse di addobbare l'aula e le finestre per darle un tocco più festoso; alcuni miei compagni si misero a colorare pallini di carta simulando le luci dell'albero, altri disegnarono i personaggi del presepe che venne allestito alla meglio sulla cattedra, altri ancora tagliuzzarono fiocchi di neve da attaccare alle finestre. Io mi misi in un angolo, triste e sconsolato, senza voglia di fare nulla, e feci l'unica cosa che mi venne in mente: finsi di voler partecipare e disegnai una grande stella cometa da affiggere sulla porta di classe, accompagnata da qualche berretto di Babbo Natale, chiaramente solo, senza nessun grosso omone a indossarlo.
La settimana dopo, poi, fu quella dell'8 dicembre, ossia il giorno universalmente noto come prestabilito per fare l'albero di natale. A ciò, noi aggiungiamo di tradizione anche tutti gli altri addobbi, da quelli sparsi per la casa alle luci in terrazza, dalla calza fuori dalla porta al presepe in cucina. E così fu anche quell'anno: andammo in garage a prendere la miriade di scatoloni in cui restavano a prendere polvere il resto dell'anno i simboli dei sogni infranti dei bambini, ci mettemmo al lavoro tutti insieme (nonostante io fossi controvoglia) e dopo un paio di ore tutto era perfetto, tutto sistemato. Non avrei voluto prendere parte a questo insulso rito; ma un po' per non destare sospetti, e un po' perché, come mente matematica, odiavo le imperfezioni e le assimmetrie che sicuramente altre mani avrebbero causato addobbando l'albero, alla fine ne partecipai attivamente alla “creazione”. Finito ciò, mia madre venne da me tutta sorridente e carica di “spirito natalizio” (come le piaceva chiamarlo) e mi disse che, se volevo, potevo comunque scrivere la letterina a Babbo Natale, e che ci avrebbero pensato loro, come sempre stato.
Così ne approfittai; e feci la lista di regali che avrei voluto, che sentivo di meritarmi. Indirizzandola a loro, ovviamente, e non a Babbo Natale. Come si recapita una lettera a un destinatario che non esiste?
E così proseguì anche dicembre in maniera piuttosto deprimente, investito dalle continue luci colorate che addobbavano qualsiasi cosa mi si parasse davanti; e arrivò il 23, l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze.
Come tutti gli ultimi giorni prima di una pausa per qualche festività, la maestra Gabriella, sospeso il programma, ci portò tanti biglietti natalizi che non aspettavano altro che essere bucherellati, in modo tale da fare emergere le figure che componevano l'immagine. Era una sua tradizione questa; e infatti, era il quarto anno che ci faceva lavorare con il punteruolo. Ce n'era uno ciascuno, tutti piccolini, come noi del resto, tranne uno: il punteruolo nero, quello grande, quello pericoloso, quello che fino ad allora aveva usato soltanto la maestra; ma quell'anno fu diverso.
“Bambini, quest'anno siete abbastanza grandi da poter usare anche il mio punteruolo nero”, esclamò la maestra, vedendo accendersi tutti gli occhietti dei suoi scolari. Poi proseguì:
“Essendo solo uno, però, lo darò al più meritevole, a chi ha dimostrato in questi mesi di esserselo guadagnato... vieni Giorgio!”
Quando sentii il mio nome e vidi tutti i miei compagni voltarsi verso di me, per un attimo restai immobile, incredulo. Certo, sapevo di andare bene a scuola e di comportarmi anche meglio, ma non me lo aspettavo e nemmeno ci pensavo. Mi misi così sotto a lavorare, più carico che mai, e produssi due fantastici biglietti di natale; quando ebbi finito, guardai soddisfatto il mio lavoro. Per qualche ora mi ero dimenticato la tristezza dei giorni precedenti, e mi ero messo a lavorare come avevo fatto gli anni prima, quando ancora quello che facevo aveva un significato per me. Rimasi quindi con uno strano sentimento in corpo, un mix di tutto quello che si potesse provare: da un lato lo sconforto e la tristezza, dall'altro la gioia e l'emozione.
Di colpo, i miei pensieri furono destati dal suono della campanella che sanciva la fine della giornata; uscii in mezzo ai miei amici festanti, raggiunsi mia madre e ci incamminammo verso casa. Notai che il cielo era di quel grigio che non promette nulla di buono, il freddo era di quelli che obbligavano a tenere la sciarpa; e poco prima di rientrare in casa, qualcuno (o qualcosa), da lassù, volle partecipare alla giornata di festa.
Iniziarono piano piano a scendere delicatamente piccoli fiocchi di neve; aprii la mano per catturarne qualcuno, ma subito mi si sciolsero nel palmo. Non era di quelle nevi da bufere, o di quelle che restano per giorni ai lati della strada, più nere che bianche; erano di quelle delicate nevi di dicembre, di quelle che durano pochi minuti, che rinfrescano l'asfalto e scaldano il cuore.
Stavamo entrando in casa, così, invece che trattenermi giù ad ammirarle dal vivo, pensai di salire in casa e guardarle dalla finestra, al caldo; e come sbucai in salotto, girai la testa per osservare fuori, e vidi i fiocchi ondeggiare dolcemente, e mi parevano finire sopra l'albero che illuminava la casa.
Il giorno dopo, per la vigilia, come sempre io e mia sorella andammo di buon ora a casa della nonna ad aiutarla per il pranzo del giorno seguente; e, come sempre, l'oggetto di produzione era uno in particolare: i tortellini.
Arrivammo che la nonna aveva già preparato l'impasto, e noi facemmo il resto, mentre lei cucinava le mille altre cose che avremmo gustato il giorno seguente. Intanto, fuori cadeva qualche altro fiocco di neve; e il pomeriggio trascorse con le mie picccole ditina a chiudere adeguatamente i tortellini, mia sorella ad assaggiare di tutto un po' e mia nonna a raccontarci ciò che restava dei ricordi dei suoi natali passati.
Arrivò la sera, e poi la notte, e come tradizione andammo tutti alla messa di natale di mezzanotte. Trovammo per miracolo un posto nella parte laterale della chiesa, dove si scorgeva a malapena il prete; e così finii per addormentarmi, come tutti gli altri anni, risvegliandomi solo alla fine, al suono dei canti di natale, con la gente che iniziava a uscire per augurarsi buon natale gustando una cioccolata calda. Ormai la mezzanotte era passata, era ufficialmente il 25 di dicembre; e l'amore della gente lo si respirava nell'aria, quella notte.
Dopo essere stati in mezzo agli altri, tornammo a casa, e mi fiondai a letto, per finire quello che avevo iniziato in chiesa. Mi addormentai di colpo, con il sorriso stampato in faccia; e mi risvegliai la mattina che il sorriso era ancora lì. Era pure tardino; il resto della famiglia mi aspettava in salotto, nonna compresa, pronti per scartare i regali che si erano fatti l'un l'altro, in sostituzione di Babbo Natale; e mi aggiunsi anch'io, dapprima ancora un po' intimidito dalla rivelazione del mese prima, e poi totalmente catturato dall'emozione del momento: dal prendere un pacco da sotto l'albero, scartarlo dolcemente ma in fretta, dal gioire per il contenuto al ringraziare chi di dovere... con gli occhi illuminati dalle luci colorate.
E poi venne il pranzo, in cui gustammo i nostri fantastici tortellini e tutte le altre prelibate cibarie che la nonna aveva preparato il giorno prima.
Ebbi anche modo, nel mentre, di pensare a quello che era stato, e a quel natale. Ricordandomi che, alla fine, la gioia e la magia non erano dovuti a un omone con la barba e il cappello rosso; ma a tutto ciò che fa del natale il Natale.

Il primo natale senza Natale
Giorgio Franceschelli

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