SEMBRAVA DI VOLARE

La prima volta è stato per amore.
«Cosa mi devo mettere?»
«Un paio di pantaloni comodi. Alle scarpe ci penso io.»
E facevano un male cane, quelle scarpette. Dovevano essere strette strette, dovevano comprimere i piedi, rendere le dita, cinque entità separate e distinte, un unico elemento rigido sul quale caricare tutto il peso del corpo.
Ma questo l'avrei scoperto solo dopo: quella prima volta, le mie scarpette in prestito erano quasi comode. Quasi.
La parete era tiepida anche se eravamo alla fine di ottobre, complici un autunno stranamente assolato e l'orientamento verso sud. Gli alberi fruscianti dalle foglie ormai gialle gettavano la loro ombra sui massi sparsi alla sua base, ma non sulla distesa regolare di bianco calcare. Era gradevole appoggiarcisi contro, con la guancia posata alla roccia ruvida, guardando in su verso la vertiginosa fila di piccoli, minuscoli anellini di acciaio che vi erano conficcati dentro.
Ma chi me l'ha fatto fare? Mi chiedevo, mentre il mio più-o-meno-ragazzo di allora e i suoi due soci preparavano tutta l'attrezzatura. Non potevo dire di no e starmene tranquilla a casa a guardare la tv? O a far castagne nel bosco? O una nuotata in piscina? Insomma, qualcosa che si svolga in orizzontale?!?
«Vedrai che ti piacerà.» Mi disse lui, forse cercando di confortarmi.
Sì, come no. Pensai io, che ormai me la stavo facendo sotto, ma non potevo certo dirlo ad alta voce.
“Non ho mai scalato niente di più alto del ciliegio nel giardino di mia nonna” gli avevo scritto, in risposta al suo messaggio in cui mi chiedeva se mi andava di provare.
“Non preoccuparti,” mi aveva risposto lui, “che non è tanto diverso da scalare un ciliegio.”
Non tanto diverso, un paio di...
La cima della via, anzi del “tiro” come mi dissero chiamarsi, era là dove volavano le aquile. Tipo venti metri più sopra. Un'enormità per qualcuna che è sempre rimasta coi piedi decisamente piantati per terra.
Praticamente come venire caricata da sola su una navicella spaziale e spedita in orbita intorno a Giove, per una che oltretutto soffriva anche di attacchi di panico.
Scherzavo con tutti i presenti mentre mi legavano in vita l'imbraco, ci facevano passare dentro un'estremità di una corda che mi pareva troppo sottile per sostenere il mio peso e la legavano in un nodo a otto, ma in realtà ormai avevo qualcosa come tre quintali di cacca ad appesantirmi i pantaloni.
Non potevo certo farlo capire, però: non se mi volevo tenere il quasi-moroso e fare bella figura con i suoi amici.
Lui si legò all'imbraco un'altra corda e si arrampicò come un gatto, lasciandomi a bocca aperta: veloce, sicuro, sembrava soffermarsi appena a infilare i moschettoni – rinvii, mi avevano detto che si chiamavano – negli anellini di metallo per poi farci passare la corda. Arrivò a un gruppo di anelli e catene che rappresentava la fine del tiro, fece qualche operazione che da sotto non potevo interpretare e poi si fece calare, raccattando man mano i rinvii.
«Dato che è la prima volta, li tira giù lui.» Mi disse uno degli altri.«Ma poi toccherà a te farlo mentre sali.»
Deglutii. Ci mancava solo quella.
Intanto l'altro si legava con l'altra estremità della corda alla quale ero attaccata io e ripeteva le operazioni fatte dal mio ragazzo.
Arrivato a terra, iniziò a tirare a sé la corda, che ora era fissata al gruppo di anelli e catene là in alto – la sosta – raccogliendola in un mucchietto ai propri piedi finché non sentii uno strattone all'altezza della vita.
«Ok, tocca a te.»
Oh-oh. Ma perché dovevo sempre ficcarmi in situazioni del cavolo? Ormai non c'era modo di tornare indietro: tre facce mi guardavano incoraggianti e io non potevo deluderle. Trascinandomi dietro i miei pantaloni ormai pesantissimi, mi avvicinai alla stramaledettissima parete di roccia.
«Non preoccuparti, salgo con te e ti faccio vedere dove devi mettere le mani e i piedi.»
Al secondo passo, ero già mezza in panico. Nonostante la corda che praticamente mi tirava da sopra, mi sembrava che il suolo, distante la bellezza di settanta o ottanta centimetri, fosse sprofondato negli abissi più neri, chilometri e chilometri sotto il mio sederone sporgente.
«Guarda in su, non in giù.» Più facile a dirsi che a farsi. Volevo scendere, ma come facevo a scendere? Mica potevo saltare. L'unica via di uscita era salire... cercando di non pensare al fatto che prima o poi sarei anche dovuta scendere, legata a quella minuscola corda.
Passetto dopo passetto, spronata dai vari “metti la mano qui”, “metti il piede lì” riuscii ad arrivare alla sosta senza nemmeno farmi cogliere da un vero e proprio attacco di panico. Pian piano anche la quantità di cacca nei pantaloni era diminuita.
«Aggancia il tuo moschettone alla sosta.» Mi disse lui. «Poi voltati e goditi il panorama: te lo sei meritato!»
Ed era proprio un premio stupendo: sembrava di volare sopra la valle, i prati verdi e le case sparse come elementi di un presepe verde e giallo e rosso sotto di me. Col sole in fronte, il cielo azzurro e la roccia calda contro la schiena, sarei rimasta lì in eterno.
Quasi quasi, mi sembrava anche di sentire una musica celestiale che mi cullava tra il calore e la carezza della brezza.
La frase che arrivò in quel momento fece il classico effetto della puntina che stride sul vinile.
«Ora devi scendere. Voltati, stacca il moschettone e appenditi all'imbraco.»
Ok, mi volto.
Ok, stacco il moschettone.
Ok, mi appendo all'imbraco.
Titubante, mi sporsi all'indietro come se mi dovessi sedere su uno sgabello.
«Ehm, devi mollare la roccia con le mani. Se no come fai a scendere?»
Come, mollare la roccia con le mani?!? No, non ci pensavo nemmeno.
«Elena... molla la roccia.»
Va bene. Mi tirai più in avanti col peso e in un istante lasciai andare la presa sulle rocce per trasferirla, come una morsa, sulla corda annodata al mio imbraco.
«Sporgiti all'indietro.»
«Ma tu sei scemo.»
«Non ti possono calare, se non ti sporgi all'indietro.»
«Ma neanche morta. Resto qua.» La prospettiva di rimanere lì per sempre, facendomi lanciare del cibo ogni mattina da un elicottero, si faceva sempre più allettante. Col cavolo che mi sarei sporta all'indietro attaccata solo a un cavolo di filo di nylon.
«Allora! Facciamo notte?» Venne da sotto.
Piccata, spinsi fuori il sedere di circa tre millimetri.
«Un po' di più...» Rise il mio ragazzo, che in quel momento rischiava una morte atroce. Se solo fossi riuscita a staccare le mani dalla corda, alla quale sembravano ormai indissolubilmente avvinte, si intende.
Alla fine mi arresi e feci come dicevano, vedendomi già spiaccicata sui massi venti metri più sotto. E invece... non successe niente. Me ne stavo lì, appesa come un sacco di patate, coi piedi puntellati alla roccia davanti a me giusto per non andare a sbattere. Sembrava quasi di stare sul calcinculo alle giostre.
Mi misi a ridere, finché il mio compagno non gridò: «Va bene, calate!» E non sentii la corda smollarsi, facendomi scendere di qualche centimetro.
Non sapevo, allora, che nel giro di un paio d'anni sarei stata dall'altra parte, a convincere principianti recalcitranti a sporgere in fuori il sedere e a fidarsi dell'attrezzatura e del compagno che stava facendo sicura.
Arrampicare è così: è un gioco di fiducia, in sé stessi, nella tecnologia e nelle persone che ti accompagnano. Forse è questa la cosa più bella, più del paesaggio, più della fatica, più del vedersi migliorare di giorno in giorno. Senza la fiducia, non potremmo donarci... e donare.

Finalista
SEMBRAVA DI VOLARE
Sole
35 anni

Sembrava di volare sopra la valle, i prati verdi e le case sparse come elementi di un presepe verde e giallo e rosso sotto di me.

#laprimavolta#avis #SoleSun

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Sarah Maestri per Avis e #LaPrimaVolta
Sarah Maestri per Avis e #LaPrimaVolta
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La prima volta che ho ricevuto una trasfusione di sangue? Avevo due anni e mezzo. Ho dei bellissimi ricordi di quei momenti che hanno contrassegnato la mia infanzia, tra camici bianchi, esami e terapie per combattere una malattia emolitica.

#LaPrimaVolta #donazione #AVIS #sangue #AvisNazionale #SarahMaestri

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