manuel

MANUEL

La parola crisi ha un doppio significato: pericolo e opportunità. Per colpa della mancanza di lavoro si erano ridotte anche le classi e di conseguenza, dopo più di vent’anni di ruolo nella scuola elementare, avevo perso il posto nel plesso scolastico dove insegnavo. Col rischio di dovermi adattare a ricoprire incarichi di ripiego piuttosto frustranti. Per fortuna, nel mio circolo didattico, c’era la possibilità di avviare una sperimentazione di lingua italiana e potei cogliere quella possibilità. La prospettiva di evadere da una classe tradizionale mi allettava parecchio e, inoltre, potevo dedicarmi a una materia che mi era molto congeniale. Tuttavia se dicessi di essere andata incontro al cambiamento con animo leggero, non direi la verità. Però, memore delle parole di Erich Fromm “ Il compito principale di un uomo è dare origine a sé stesso, trasformandosi in tutto ciò che è in grado di essere “, affrontai questa mia nuova “ prima volta “ con forte determinazione. Essendo conscia dei miei limiti, ma con la volontà di superarli e di dare il meglio di me nella nuova sfida a cui mi sottoponevo.
In quegli Anni Novanta, nei gruppi che avrebbero frequentato il laboratorio di lettura e scrittura, alla “ De Amicis “ di Pinerolo, erano inseriti alcuni bambini nomadi, con varie difficoltà di apprendimento e, nel contesto innovativo, ciò rappresentava un ulteriore stimolo a mettermi in gioco. Oltre ad offrirmi l’occasione per mettere in pratica la solidarietà: una parola spesso abusata, ma poco praticata. Perché donare un po’ del nostro tempo, del nostro sapere, della nostra comprensione o, gesto veramente altruistico e disinteressato, dare un po’ del nostro sangue, può fare davvero la differenza. Per tornare alla mia nuova esperienza, mi fu comunque difficile reprimere la trepidazione mentre bussavo alla porta della classe di Manuel, il più irrequieto dei “ sinti “. La collega mi presentò ai suoi alunni e mi colpì lo scintillio di due occhi nero carbone, sprigionanti baluginii metallici che sembravano esaminarmi ai raggi X. Il ragazzino, sentendosi osservato, distolse lo sguardo e s’immerse di nuovo nel disegno che stava ultimando. Quando lo invitai ad unirsi ai compagni, per svolgere insieme le attività nella mia aula, si mise in fila con evidente ritrosia; poi, mentre uscivamo in corridoio, ebbe un ripensamento e fece un rapido dietro – front. Decisi di soprassedere: insistere poteva rivelarsi controproducente.
Dopo circa un quarto d’ora sentii dei timidi colpi alla porta: aprii, ma non vidi nessuno. Ripresi la lezione e, passati pochi minuti, qualcuno bussò di nuovo. Fuori, anche questa volta, non c’era anima viva. Mi venne un sospetto. Entrai nel vicino sgabuzzino dove le bidelle tenevano il necessario per le pulizie e lì, seminascosto dietro uno scatolone, scovai Manuel. Gli tesi la mano e lui si lasciò condurre in classe. Adocchiò subito lo spazio predisposto alla lettura, vicino alle scaffalature dov’erano riposti i libri. Ne sfogliò parecchi , alla fine ne prese uno e si accoccolò, a gambe incrociate, sui cuscini sparsi sul tappeto steso sul pavimento.
Io lo osservavo senza parere. La sua faccia era un caleidoscopio di emozioni: vi si avvicendavano curiosità, stupore, gioia, tristezza. Poco dopo Manuel iniziò un frenetico andirivieni dal tappeto alla cattedra, col libro in mano, e cominciò a farmi un fuoco di fila di domande in un italiano “ sui generis “. Ciò mi costringeva a interrompere continuamente la lezione, ma ritenevo prioritario stabilire, fin da subito, il giusto approccio con lui.
Alla seconda lezione feci una provvidenziale scoperta: il mio nuovo alunno adorava la musica. Durante l’ascolto delle “ Quattro stagioni “ di Vivaldi aveva assunto un’espressione estatica, come se si fosse rifugiato in una dimensione fantastica, di sua esclusiva fruizione. Però, quando proposi al gruppo di scrivere un breve testo sulle sensazioni suscitate dal brano musicale, scoprii che Manuel, nonostante i suoi undici anni, sapeva scrivere a malapena il suo nome. Ricorsi allora allo stratagemma, gradito a tutti, di fargli sentire un po’ di musica all’inizio di ogni lezione. La cosa lo rilassava ed eseguiva, senza protestare, gli esercizi mirati. Finchè riuscì a comporre, da solo, delle brevi, semplici, frasi.
Rimaneva lo scoglio della conversazione. Anche questa volta puntai su di una sua passione: i cavalli. Manuel disegnava questi quadrupedi raffigurati nelle pose più svariate: impegnati a saltare gli ostacoli, al galoppo in una prateria, intenti a camminare di fianco al padrone, accosciati in una scuderia. Forse il ragazzo li amava in modo così sviscerato perché li sentiva affini: mai del tutto domati o conquistati; a volte persino riottosi o addirittura bisbetici,ma, talvolta, anche docili e generosi.
Quando Manuel mi mostrava i suoi capolavori, lo lasciavo parlare a ruota libera e, solo alla fine, riformulavo, indirettamente e in modo corretto, le frasi sbagliate. In questo modo, a poco a poco, migliorò il suo linguaggio che divenne più chiaro e comprensibile, permettendogli di comunicare meglio sia per scritto che a voce. Ciò gli permise di socializzare meglio con gli altri bambini e di partecipare alle loro conversazioni, integrandosi bene col gruppo.
Tutto sembrava procedere per il meglio, ma un’oscillazione improvvisa diede un brusco scossone all’equilibrio faticosamente raggiunto. Nella classe di Manuel arrivò un nuovo compagno che frequentò il laboratorio nello stesso gruppo del ragazzino nomade. Paolo si fece subito conoscere per la sua indole polemica e attaccabrighe e, com’era prevedibile, Manuel diventò il suo bersaglio preferito. Se in aula spariva qualche oggetto, il nuovo arrivato non esitava a incolparne lo “ zingaro “, come lo chiamava lui, oppure lo derideva per l’aspetto trasandato in netto contrasto coi suoi vestiti sempre in perfetto ordine.
In poco tempo, tra i due, si creò un attrito tale da rendere l’atmosfera satura di elettricità, come quando sta per scatenarsi un temporale. Tra di loro si sviluppava un’aggressività quasi incontenibile e lo stato di tensione si ripercuoteva anche sugli altri bambini, tanto da impedire il normale svolgimento delle lezioni. Siccome i miei ripetuti sforzi per calmare gli animi si rivelarono inefficaci, decisi di convocare il padre e la madre di Paolo, confidando nel loro appoggio per risolvere l’incresciosa situazione. Invece, con mio disappunto, la coppia si rivelò piuttosto prevenuta nei confronti dei “ diversi” e molto protettiva nei confronti del figlio. A tal punto da essere convinti che la loro creatura fosse vittima di ogni genere di soprusi da parte di Manuel e da dimostrarsi ben decisi a far cambiare scuola al figlio se perdurava quella situazione. Visti inutili i miei sforzi per persuadere gli agguerriti genitori sulla reale situazione ,li informai che, nella nostra scuola, era bandita ogni forma d’intolleranza e li lasciai liberi di trasferire il loro pargolo altrove, se lo ritenevano opportuno.
Dopo la mia ferma presa di posizione con la sua famiglia, Paolo non importunò più Manuel e, in cuor mio, sperai in una tregua non soltanto temporanea.
Purtroppo, qualche settimana dopo, successe un nuovo fatto spiacevole. Un alunno portò a scuola un libro di fiabe ancora intonso: ne leggemmo alcune, poi lui lo ripose sotto il banco. Nell’intervallo, rientrando dai servizi, alcuni bambini espressero il desiderio di riguardarsi quelle belle storie illustrate. Ma il proprietario, costernato, si accorse di non avere più il libro. Immediatamente Paolo accusò Manuel di essere l’autore del furto, ma quest’ultimo, arrabbiatissimo, giurò e spergiurò di non saperne nulla. Allora invitai gli scolari ad aprire le loro cartelle perché volevo esaminarne il contenuto e scoprii che il vero colpevole era…..Paolo! Il ladruncolo fu svergognato davanti a tutti; da quel momento Manuel fu finalmente lasciato in pace e, in classe, il clima tornò sereno e proficuo.
Ormai sono in pensione da parecchi anni, ma ripenso spesso con piacere a quell’ anno scolastico e a come “ quella prima volta “ si trasformò in un’esperienza indimenticabile.

NUNZIA BRUSA

Finalista
manuel
nunzia.brusa
66 anni

il racconto parla della mia "prima volta" in una nuova sperimentazione didattica come insegnante elementare . Durante questa esperienza venni a contatto con un ragazzino nomade piuttosto irrequieto e riuscii ad ottenere da lui dei soddisfacenti risultati scolastici.

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