Sangue al mio Sangue

Era un concerto di Fabrizio De Andrè. Ci ho portato Amalia la prima volta che era ancora bambina, eravamo soli come sa stare solo un padre con la figlia che non ne vuole sapere di essere bambina. Vederla a occhi sbarrati contro il palco, protesa verso la musica come se dalla bocca di Fabrizio uscisse quanto di più ammaliante esistesse al mondo, mi ha fatta pensare che prima di allora non lo avevo mai visto l'amore.
Quello vero, l'amore che si scandisce nelle vene e nella voce quando lo pronunci. L'ho visto per la prima volta dilatarsi tra Amalia e il canto poetico di De Andrè.
Volevo da tempo andare a quel concerto, poi era gratuito, offerto dall'amministrazione comunale, erano gli anni settanta, ora non ricordo esattamente l'anno preciso, sono successe cose dopo, troppe cose, che si sono prese la precisione dei miei ricordi. Comunque pensavo che avrei passato la serata a godermi buona musica seduto su una panchina distante dalla folla con mia figlia addormentata tra le braccia. Ero andato a recuperare Amalia dai miei, sua madre era chissà dove e con chissà chi, lontano anche dal pensiero di sua figlia. Non importava più tanto ormai, non a me. Avevo tutto quello di cui avevo: una serata tranquilla senza troppo calore, mia figlia, De Andrè a dieci passi da casa dei miei, e la sensazione di pace. La prima volta che mi sentivo così da quando sua madre ci aveva lasciato.
I miei programmi sono solo programmi, come sempre. Amalia intravede non so come uno spazio libero a pochi metri dal palco e comincia a correre mentre la musica getta in aria le prima note di prova audio. Giuro che sono morto di paura, più le correvo dietro e più lei si allontanava, giuro d'aver pensato che non l'avrei più portata fuori fino al compimento dei suoi vent'anni. Non potevo sopportare una tale angoscia mista a terrore nel non averla più per mano, nel vederla allontanarsi e finire in chissà quali pericoli. Sudavo, tremavo, la chiamavo, urlavo, mi avranno preso per pazzo. Poi lei era lì ferma:
"Babbo vieni, ci ha tenuto il posto." - indicando il cantante che stava uscendo sul palco.
Amalia era così da bambina, ti catapultava dove voleva lei e tu ci credevi. Non si è mossa dal suo posto per tutta la durata del concerto, estasiata e qualche volta emozionata. Credo ci siano stati momenti in cui forse pensava a sua madre, ma erano così brevi che li perdevo subito, li andavo a ricercare nei suoi occhi scuri e fissi, invece in un lampo la bambina era sparita. Il suo era uno sguardo adulto, vivo, capace, consapevole, emotivo ma non distratto. Un poco mi fece male vedere Amalia in quel modo, lei che ci metteva un secondo a non essere più una bambina, la mia bambina.
Quello è stato il suo primo concerto e posso dire che fu anche il mio e di quel genere non ce ne furono più. Erano anni strani quelli, la gente era piena di passione e ideali ma tutti da vivere entro le dieci di sera. Poco prima di quell'ora la piazza si era svuotata, non lo potevo permettere, non potevo lasciare che quel poeta, quell'artista che tanto ammiravo se ne andasse lasciando dietro di sé il vuoto. Chiesi ad Amalia se aveva sonno ma lei nemmeno risposte, restò immobile sul suo pezzo di panchina a fissare Fabrizio, e non scherzo, lui faceva uguale. Cantava per lei, a lei. Quando è sceso dal palco con la sua chitarra per sedersi accanto a mia figlia ho creduto davvero d'impazzire, invece nessuno dei due si curava di me. Non so per quanto tempo andò avanti, ma fu come svegliarsi da un sogno quando si accesero le luci bianche per consentire agli operai di smontare il palco e gli strumenti. Fabrizio restava lì seduto, con poche parole e qualche canzone. Strinse la mano ad Amalia per ringraziarla come si fa tra adulti e lei di scatto gli balzò al collo. Lui ebbe la stessa espressione che colgo sempre sul volto di mio padre quando non si aspetta un tale gesto d'affetto nel momento esatto in cui ne ha più bisogno. Si alzò per raggiungere la sua band e abbandonare il nostro paese così comunista e addormentato, mi augurò una buona serata e guardò Amalia con amorevole malinconia.
"Merita di essere protetta, una bambina così. A costo della vita."
Furono le sue parole ed ebbero in me la forza di affrontare tutto ciò che da lì a poco mi avrebbe investito.
Davanti a casa dei nonni ci aspettava la madre di Amalia, camminava avanti e indietro davanti al cancelletto d'entrata, i miei per fortuna non si erano accorti della sua presenza o avrebbe certamente allertato vicini, chiamato polizia, lanciato razzi di soccorso oltre l'atmosfera terrestre, contattato un esorcista e la protezione civile. Invece non avevano fatto nulla di tutto ciò, era una serata calma, almeno fino a che lei non estrasse una pistola e puntando a caso colpì Amalia.
Ho perso il tempo e la vita in quella frazione di secondo. Molti ricordano ogni più piccolo dettaglio, io no. Non so come ci sono arrivato in ospedale, so che avevo Amalia in mano, che ha detto babbo solo tre volte e poi più niente, so che ha chiuso gli occhi e l'ho fatto anche io, che ho pianto. Per la prima volta, non lo feci nemmeno quanto venne al mondo, io non lascio spazio alle emozioni travolgenti, ma Amalia è più di un'emozione.
"Merita di essere protetta una bambina così. A costo della vita."
Poi l'ospedale, le ruote veloci della barella, la porta del comparto operatorio la inghiotte e lascia me senza, senza di lei.
Quella è stata la mia prima volta, sdraiato su un letto, un ago nel braccio e una sacca da riempire. La prima volta che ho donato il sangue è stato per Amalia, ed è stato come metterla al mondo un'altra volta, come pagare il mio prezzo alla vita, avere indietro tutto ciò che lei sapeva regalarmi. L'ho fatto per salvare mia figlia e quando mi ha detto grazie ho capito che avrei avuto altre mille prime volte, altre mille rinascite.
E' stata la prima volta in cui ho donato il sangue, al mio stesso sangue. Poi l'ho donato a chi non conoscevo, per il bisogno di vivere e sopravvivere, per rendere possibile la pace e non più la corsa verso una sacca di sangue che forse non basta. Amalia ha avuto bisogno di sangue ancora nella sua vita, e il mio braccio era lì, sue erano le mie vene, lo sono ancora.
La prima volta che ho donato il sangue ho compreso cosa significasse quella frase:
"Se salvi una vita, salvi il mondo intero."

- Ora mio padre non può più donare, ma è stato donatore per così tanto che non so pensarlo diversamente. So che non poterlo più fare come prima, una volta a sangue intero e poi solo plasma, gli ha provocato una mancanza, che ha la sensazione che qualcuno lo abbia derubato di qualcosa, di un super potere, del suo dono meraviglioso per la vita. Mio padre sarà sempre un donatore, porterà sempre con sè il cartellino Avis e cercherà sempre di convincere chi incontra a diventare donatore, come lo è stato lui.
Questo racconto è dedicato a mio padre, donatore, che non lo sa ma di certo di vite ne ha salvate tante, ha salvato un mondo intero. Dalla sua prima volta. -

Vincitore / primo classificato

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Due prime volte è meglio di una!
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Sabry82, 33 anni

Io ero determinata a donare e mio padre, quasi a protezione, mi ha accompagnata...quella mattina di 14 anni fa doppia sorpresa: anche lui ha deciso di provarci! Qui siamo al nostro primo traguardo, ovviamente sempre insieme! L'emozione è stata tanta, orgogliosi l'uno dell'altro per aver cominciato e continuato questo percorso.

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Sarah Maestri per Avis e #LaPrimaVolta
Sarah Maestri per Avis e #LaPrimaVolta
Sarah Maestri - Testimonial

La prima volta che ho ricevuto una trasfusione di sangue? Avevo due anni e mezzo. Ho dei bellissimi ricordi di quei momenti che hanno contrassegnato la mia infanzia, tra camici bianchi, esami e terapie per combattere una malattia emolitica.

#LaPrimaVolta #donazione #AVIS #sangue #AvisNazionale #SarahMaestri

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